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The Square – il film di Ruben Östlund

The Square. Un film per tutti.

Mi è sembrata un po’ da spettatore che ride a squarciagola sulle battute di un film in lingua originale, ad ostentazione del fatto che parla correntemente il lappone e il tibetano ladakhi e che in inglese ci scherza anche col gatto, la critica del New York Times: “da morire dalle risate”. Ci speravo. Tanto. Purtroppo, sono uscito vivissimo da un film che mi è sembrato bello al di là di sue momentanee involuzioni, autopunizioni e smaccate autoindulgenze. Perché, ancora purtroppo, a parte qualche strappato sorriso, non ho mai avuto voglia, in nessuna scena, di ridere stronzamente, da ideale potenziale interlocutore di un lappone, sulla rappresentazione della stronzaggine di certe strutture e del gioco sull’intuizione-creazione diventato ormai convenzioni, del diffuso metodo di creare e cavalcare impalcature come fossero purosangue scontatamente ereditati da quella fenice che è un presunto qualsivoglia talento che è in noi come fosse un antenato che ci ammantasse di blasone, e ci valesse scontatamente e sempiternamente maggiorazione di diritti e plusvalenza. Una fenice, questo talento, o soltanto carattere in alcuni, che, nei casi meno disperanti, nelle occasioni meno esiziali, risorge, o così ci sembra che faccia, per sottrarci alle conseguenze di ognuna delle nostre toppate, grandi o grandissime che siano, alte o basse, senza farne adesso classificazioni di rango oppure facendone, nei momenti fortunati in cui si possa ripartire da zero o poco più. Eventualità, tutte, che investono anche il genio creatore, che si vuole facciano perdere meno a chi ha meno o nulla da perdere e, apparentemente e secondo alcuni gradi di valutazione, molto di più a chi ancora non ha perso niente di quello che fin lì si è strepitosamente aggiudicato.
Allo spettatore sconsolato che, evidentemente già devastato da una pregressa perfidia della Svezia, all’uscita, come con un macigno sulle spalle, ha avuto bisogno di liberarsi del peso di una già subita sconfitta e ha regalato a tutti i presenti un mesto ma ben udibile “agli Svedesi non gli è bastato costarci l’eliminazione, ora anche un film così” avrei voluto chiedere se al di là di rendersi conto di vivere con altri occupanti il pianeta, facesse esercizi particolari per alienarsi in un isolamento mentale e sociale che non gli impedisse invece di mantenersi estremamente ricettivo e tribale in fatto di derby, andate, ritorni, coppe e targhe. E rassicurarlo suggerendogli magari una più prossima a tutti noi versione interpretativa: Il film è un condominio con a tratti l’incubo di una simulazione di riunione condominiale in cui ci necessiti un nostro intervento in cerca di una soluzione, per noi, per un nostro tubo che perde, con nel cuore un’istintiva antipatia nei confronti di un condomino del secondo piano per niente paragonabile all’indifferenza degli occupanti l’attico che nemmeno ci salutano. Oppure vediamolo come l’esemplificazione di un’eventuale, inevitabile e interminabile discesa dalle scale, un giorno in cui l’ascensore è guasto, con in mano una mazzetta ammollataci nel ripostiglio del piano di sopra o con i pantaloni squarciati sul sedere, o incontrando col marito la signora alla quale giorni prima abbiamo fatto una quasi impercettibile quanto consapevole mano morta in ascensore, o la signora che sta pulendo le scale ex proprietaria dell’appartamento che abbiano comprato all’asta. O la nuova Babele. O il nuovo Caos dopo anni di tentativi di Logos, in un fac-simile della sera di Sant’Ambrogio alla Scala. O un corteo di striscioni ‘Prima il concettuale o l’uovo di gallina?’, ‘Il jazz è una tenda a ossigeno‘, ‘Io sono mio‘, ‘A house is not a home‘, ‘Transenne all’Avanguardia‘. Un ricadersi in bocca, come a tratti fa il film per esemplificare. E via e via… Visto che è un film per tutti?

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